C'era una volta.......C'era una volta un castello a strapiombo sul mare........

E dopo l'ultimo tornante appare Castelsardo, prima il porto, poi la torre saracena e in alto, lassù in cima al promontorio, la rocca.
Gli sguardi miei e di Luca sono completamente soggiogati dalla bellezza di questo luogo, dalla sua curiosa straordinarietà, tanto ci sembra creato dall'incantesimo degno di un mago, tanto ci appare come la promessa di un mondo incantato, differente, lontano dalla vita alla quale siamo abituati.
La sensazione che provo è quella di essere tornata indietro nel tempo. A dire il vero la sensazione che avverto da quando siamo in Sardegna è che mi ritrovo a pensare in maniera completamente diversa, come se mi riconnettessi alla terra, al mare, al vento, in sintonia. Come se tornassi a vedere il senso.



E così, mentre ci avviciniamo al paese, gli occhi restano incollati al castello che si profila a distanza, poggiato su di uno sperone di roccia che sovrasta la valle. Una struttura massiccia, con un aspetto maestoso, per raggiungere la quale ci inerpichiamo lungo una stradina stretta, a serpentina. Non prima però di avere passeggiato in lungo e in largo per tutto il borgo moderno ed avere fatto anche qualche piccola spesa.

Nemmeno Luca era riuscito a resistere alla bellezza di quelle enormi tazze colorate messe in bella mostra nella splendida vetrina di un negozio di artigianato locale. Mi era bastato intravederle per immaginarle sul nostro tavolo apparecchiato, ripiene di una zuppa fumante, di quelle che amiamo tanto Luca ed io. Così penso di averlo preso per la gola perché un attimo dopo abbiamo varcato la soglia del negozio.
Mentre procediamo, distratti da tutto ciò che incontriamo, lungo la strada che si attorciglia alla roccia, siamo già dentro al borgo antico di Castelsardo e la vista di cui si gode da qui è straordinaria, siamo circondati da splendide insenature, da macchie d'un verde ruffiano, così che faccio due passi indietro, piego la testa di lato e rimiro l'effetto della vista dall'alto.


Luca incornicia me e il volo di un gabbiano, mentre d'intorno è tutto un frinire di cicale e la calura di settembre oggi si fa egocentrica. Si lega i capelli, lui, gocce di sudore gli percorrono il collo, il mio punto debole il suo collo. La brezza, che ci ha fatto compagnia lungo tutti questi giorni, si è fatta leggera, furtiva come un sussurro, quasi che avesse da raccontare cose che si possono dire solo sottovoce.
Camminiamo piano allora, che il tempo è dalla nostra parte, che anche le nuvole, minuscole barchette argentate, veleggiano lente nel cielo. Camminiamo piano lungo questo paese semideserto, che la gente c'è, ma non si vede, né si sente. Solo fruscii intorno e i nostri passi lievi e i muscoli delle gambe tesi, mentre saliamo i gradoni che ci permettono di avvicinarci alla vetta, attraversando labirinti di vicoli che girano circolari intorno alle mura.


Non so quante volte dico a Luca che sono rapita dalla bellezza di questo paese, dalla sua intimità, dal suo essere bozzolo, da tutti i ristorantini che si affacciano all'angolo di ogni vicolo caratteristico e di cui andiamo lesti a scorrere il menu, dal fascino gotico dei muri di pietra, muri spessi e scuri su cui si aprono piccole finestre adorne di fiori e di statuine.





Curiosiamo e saliamo di vicolo in vicolo, fermandoci di tanto in tanto ad ammirare il mare e l'orizzonte lontano che splende come uno specchio, tanto da abbagliare.
Imbocchiamo una scala che conduce in cima, in un cortiletto pavimentato con certi ciottoli che per un attimo i miei sandali finiscono per litigarci.
Ma è quasi un sollievo essere giunti finalmente sulla cresta dove è posato il castello e fare nostra una panchina poco distante da lì, con vista su un ventaglio di infinito e su pensieri dorati sospesi nell'aria.




Ne seguo le tracce ascendenti. Amo la sommità, l'apice, il culmine e quassù lo riesco persino a toccare, quassù dove sembra quasi di non essere in contatto con niente e con nessuno.




Ridiscendiamo lungo la strada che sembra voler correre verso il mare o forse è solo una mia impressione e incrociamo lo sguardo rugoso di una vecchina seduta fuori dalla porta di casa, intenta ad intrecciare fibre vegetali per farne cesti.

Ci fermiamo a parlare con lei, ci racconta di sé, della sua vita, dei quattrocento euro di pensione con cui vive e di questa sua attività che le serve per arrotondare, ma non è più come una volta, dice, ora i turisti sono sempre meno, ora i negozi ai quali vende i suoi cestini pagano sempre meno e presto questa attività, insieme a tante altre legate all'artigianato locale, spariranno perché i giovani d'oggi, così dice, non ne vogliono sapere di imparare. A loro non interessa, hanno sogni più virtuali.
E quel suo viso velato di tristezza e di nostalgia è un'immagine che mi intenerisce e che mi penetra dentro ed è rimasta ancora lì, come un groppo in gola che non va né su né giù.
Qui si vive di pastorizia ci dice, qui le terre non sono abbastanza prospere per tutti, qui non c'è lavoro, qui il Comune invia aiuti alla Cina ma si dimentica di noi. Osserviamo le sue mani esperte che continuano ad intrecciare senza sosta, le sue mani esperte che hanno conosciuto tempi migliori e prima di andarcene le diciamo quanto piacere ci ha fatto conoscerla e parlare con lei.


Continuiamo la nostra esplorazione procedendo lungo perimetri di case, le une vicine alle altre, le une sopra alle altre ed arriviamo nei pressi della magnifica cattedrale di Castelsardo, mentre le viuzze cominciano ad affollarsi di turisti sudati che si fermano vicino a noi, a prendere fiato. Sorridiamo complici Luca ed io, che siamo fortunati perché la vetta l'abbiamo già conquistata e davanti a noi si para in tutta la sua morbidezza un'ammiccante discesa.


Un'altra scorsa al menu di un ristorante che ci hanno consigliato giù, nella parte nuova del paese. I piatti di pesce hanno nomi così seducenti che quasi quasi ci fermiamo qui per cena. Col pensiero affondo forchettate qua e là e poi il locale ha un'aria dolcemente romantica e mi piace, così come mi piace Castelsardo, ma questo l'ho detto già.
E nell'attesa che il sole cominci a sfrangiare dietro alla curva dell'orizzonte, andiamo a recuperare la macchina, parcheggiata giù non ricordo dove, ma per fortuna Luca sì, che così raggiungiamo la pietra dell'Elefante.
Non riesco a figurarmela nella mente, sarà grande, sarà piccola, avrà davvero le sembianze di un elefante e la proboscide sarà rivolta verso l'alto o verso il basso e Luca ha quasi il mal di testa a forza di ascoltare tutti i miei punti interrogativi.
"Non fai prima ad aspettare di vederla, questa pietra, anziché fare mille congetture?" mi dice alla fine.
Ma io sono fatta così, che quando sono curiosa cerco di immaginarmi il tutto e lo faccio ad alta voce e mi sento come una caldarrosta che sfrigola sulle braci rosso fuoco. Una caldarrosta che assapora l'attesa.
E quando da lontano intravedo il profilo dell'elefante forse non dico nulla, ma riesco quasi a sentirne anche il barrito.

E dopo l'ultimo tornante appare Castelsardo, prima il porto, poi la torre saracena e in alto, lassù in cima al promontorio, la rocca.Gli sguardi miei e di Luca sono completamente soggiogati dalla bellezza di questo luogo, dalla sua curiosa straordinarietà, tanto ci sembra creato dall'incantesimo degno di un mago, tanto ci appare come la promessa di un mondo incantato, differente, lontano dalla vita alla quale siamo abituati.
La sensazione che provo è quella di essere tornata indietro nel tempo. A dire il vero la sensazione che avverto da quando siamo in Sardegna è che mi ritrovo a pensare in maniera completamente diversa, come se mi riconnettessi alla terra, al mare, al vento, in sintonia. Come se tornassi a vedere il senso.




E così, mentre ci avviciniamo al paese, gli occhi restano incollati al castello che si profila a distanza, poggiato su di uno sperone di roccia che sovrasta la valle. Una struttura massiccia, con un aspetto maestoso, per raggiungere la quale ci inerpichiamo lungo una stradina stretta, a serpentina. Non prima però di avere passeggiato in lungo e in largo per tutto il borgo moderno ed avere fatto anche qualche piccola spesa.

Nemmeno Luca era riuscito a resistere alla bellezza di quelle enormi tazze colorate messe in bella mostra nella splendida vetrina di un negozio di artigianato locale. Mi era bastato intravederle per immaginarle sul nostro tavolo apparecchiato, ripiene di una zuppa fumante, di quelle che amiamo tanto Luca ed io. Così penso di averlo preso per la gola perché un attimo dopo abbiamo varcato la soglia del negozio.Mentre procediamo, distratti da tutto ciò che incontriamo, lungo la strada che si attorciglia alla roccia, siamo già dentro al borgo antico di Castelsardo e la vista di cui si gode da qui è straordinaria, siamo circondati da splendide insenature, da macchie d'un verde ruffiano, così che faccio due passi indietro, piego la testa di lato e rimiro l'effetto della vista dall'alto.


Luca incornicia me e il volo di un gabbiano, mentre d'intorno è tutto un frinire di cicale e la calura di settembre oggi si fa egocentrica. Si lega i capelli, lui, gocce di sudore gli percorrono il collo, il mio punto debole il suo collo. La brezza, che ci ha fatto compagnia lungo tutti questi giorni, si è fatta leggera, furtiva come un sussurro, quasi che avesse da raccontare cose che si possono dire solo sottovoce.Camminiamo piano allora, che il tempo è dalla nostra parte, che anche le nuvole, minuscole barchette argentate, veleggiano lente nel cielo. Camminiamo piano lungo questo paese semideserto, che la gente c'è, ma non si vede, né si sente. Solo fruscii intorno e i nostri passi lievi e i muscoli delle gambe tesi, mentre saliamo i gradoni che ci permettono di avvicinarci alla vetta, attraversando labirinti di vicoli che girano circolari intorno alle mura.



Non so quante volte dico a Luca che sono rapita dalla bellezza di questo paese, dalla sua intimità, dal suo essere bozzolo, da tutti i ristorantini che si affacciano all'angolo di ogni vicolo caratteristico e di cui andiamo lesti a scorrere il menu, dal fascino gotico dei muri di pietra, muri spessi e scuri su cui si aprono piccole finestre adorne di fiori e di statuine.





Curiosiamo e saliamo di vicolo in vicolo, fermandoci di tanto in tanto ad ammirare il mare e l'orizzonte lontano che splende come uno specchio, tanto da abbagliare.
Imbocchiamo una scala che conduce in cima, in un cortiletto pavimentato con certi ciottoli che per un attimo i miei sandali finiscono per litigarci.
Ma è quasi un sollievo essere giunti finalmente sulla cresta dove è posato il castello e fare nostra una panchina poco distante da lì, con vista su un ventaglio di infinito e su pensieri dorati sospesi nell'aria.




Ne seguo le tracce ascendenti. Amo la sommità, l'apice, il culmine e quassù lo riesco persino a toccare, quassù dove sembra quasi di non essere in contatto con niente e con nessuno.




Ridiscendiamo lungo la strada che sembra voler correre verso il mare o forse è solo una mia impressione e incrociamo lo sguardo rugoso di una vecchina seduta fuori dalla porta di casa, intenta ad intrecciare fibre vegetali per farne cesti.
Ci fermiamo a parlare con lei, ci racconta di sé, della sua vita, dei quattrocento euro di pensione con cui vive e di questa sua attività che le serve per arrotondare, ma non è più come una volta, dice, ora i turisti sono sempre meno, ora i negozi ai quali vende i suoi cestini pagano sempre meno e presto questa attività, insieme a tante altre legate all'artigianato locale, spariranno perché i giovani d'oggi, così dice, non ne vogliono sapere di imparare. A loro non interessa, hanno sogni più virtuali.E quel suo viso velato di tristezza e di nostalgia è un'immagine che mi intenerisce e che mi penetra dentro ed è rimasta ancora lì, come un groppo in gola che non va né su né giù.
Qui si vive di pastorizia ci dice, qui le terre non sono abbastanza prospere per tutti, qui non c'è lavoro, qui il Comune invia aiuti alla Cina ma si dimentica di noi. Osserviamo le sue mani esperte che continuano ad intrecciare senza sosta, le sue mani esperte che hanno conosciuto tempi migliori e prima di andarcene le diciamo quanto piacere ci ha fatto conoscerla e parlare con lei.



Continuiamo la nostra esplorazione procedendo lungo perimetri di case, le une vicine alle altre, le une sopra alle altre ed arriviamo nei pressi della magnifica cattedrale di Castelsardo, mentre le viuzze cominciano ad affollarsi di turisti sudati che si fermano vicino a noi, a prendere fiato. Sorridiamo complici Luca ed io, che siamo fortunati perché la vetta l'abbiamo già conquistata e davanti a noi si para in tutta la sua morbidezza un'ammiccante discesa.


Un'altra scorsa al menu di un ristorante che ci hanno consigliato giù, nella parte nuova del paese. I piatti di pesce hanno nomi così seducenti che quasi quasi ci fermiamo qui per cena. Col pensiero affondo forchettate qua e là e poi il locale ha un'aria dolcemente romantica e mi piace, così come mi piace Castelsardo, ma questo l'ho detto già.E nell'attesa che il sole cominci a sfrangiare dietro alla curva dell'orizzonte, andiamo a recuperare la macchina, parcheggiata giù non ricordo dove, ma per fortuna Luca sì, che così raggiungiamo la pietra dell'Elefante.
Non riesco a figurarmela nella mente, sarà grande, sarà piccola, avrà davvero le sembianze di un elefante e la proboscide sarà rivolta verso l'alto o verso il basso e Luca ha quasi il mal di testa a forza di ascoltare tutti i miei punti interrogativi.
"Non fai prima ad aspettare di vederla, questa pietra, anziché fare mille congetture?" mi dice alla fine.
Ma io sono fatta così, che quando sono curiosa cerco di immaginarmi il tutto e lo faccio ad alta voce e mi sento come una caldarrosta che sfrigola sulle braci rosso fuoco. Una caldarrosta che assapora l'attesa.
E quando da lontano intravedo il profilo dell'elefante forse non dico nulla, ma riesco quasi a sentirne anche il barrito.







CULURGIONES CON FUNGHI PORCINI, PECORINO SARDO E PINOLI
Ingredienti:
400 gr di funghi porcini
2 spicchi d'aglio
prezzemolo
1/2 bicchiere di vino bianco
sale e pepe
olio extravergine d'oliva
1 peperoncino essiccato
50 gr di pinoli tostati
pecorino sardo grattugiato
12 culurgiones

Abbiamo voluto preparare i culurgiones alla nostra maniera e avendo a disposizione degli ottimi porcini abbiamo pensato di preparare un condimento a base di funghi.
Scaldato un filo d'olio extravergine in padella con uno spicchio d'aglio in camicia, abbiamo unito i funghi tagliati a cubetti, l'altro spicchio d'aglio tritato e il prezzemolo. Abbiamo fatto saltare i funghi per circa una decina di minuti per poi sfumare con il vino bianco. Abbiamo regolato di sale, aggiunto un pizzico di pepe e sbriciolato il peperoncino essiccato. Il condimento rimane piuttosto cremoso, quindi togliamo dalla fiamma e andiamo a cuocere i culurgiones, immergendoli in acqua salata bollente uno alla volta e lasciandoli cuocere per circa 5 minuti, fino a che vengono a galla.

A questo punto li abbiamo saltati in padella insieme ai porcini e abbiamo impiattato, completando con una generosa spolverata di pecorino sardo e per finire con i pinoli che abbiamo precedentemente tostato in una padellina.
Squisiti come sono ce li siamo davvero gustati.
Scaldato un filo d'olio extravergine in padella con uno spicchio d'aglio in camicia, abbiamo unito i funghi tagliati a cubetti, l'altro spicchio d'aglio tritato e il prezzemolo. Abbiamo fatto saltare i funghi per circa una decina di minuti per poi sfumare con il vino bianco. Abbiamo regolato di sale, aggiunto un pizzico di pepe e sbriciolato il peperoncino essiccato. Il condimento rimane piuttosto cremoso, quindi togliamo dalla fiamma e andiamo a cuocere i culurgiones, immergendoli in acqua salata bollente uno alla volta e lasciandoli cuocere per circa 5 minuti, fino a che vengono a galla.

A questo punto li abbiamo saltati in padella insieme ai porcini e abbiamo impiattato, completando con una generosa spolverata di pecorino sardo e per finire con i pinoli che abbiamo precedentemente tostato in una padellina.
Squisiti come sono ce li siamo davvero gustati.

CULURGIONES WITH MUSHROOMS, PINENUTS AND PECORINO CHEESE
Ingredients:
400 g porcini mushrooms (cut into cubes)
2 cloves garlic
1/2 glass white wine
salt and pepper to taste
1 little jalapeno chile
fresh parsley
2 tbs extravirgin olive oil
50 g roasted pinenuts
grated pecorino cheese from Sardinia
12 culurgiones

Culurgiones are a kind of ravioli from Sardinia. The dough is made from white flour, semolina flour, eggs and salted water and then filled with potatoes and cheese (pecorino), garlic and mint. It's usually shaped like a grain of wheat.
Culurgiones are usually served with tomato sauce, basil and a sprinkle of pecorino, but we tried them with a mushroom sauce. We think mushrooms go very well with pasta.
Set pasta water to boil. When it is close to boiling, heat 2 tbs of extravirgin olive oil in a broad skillet, add the garlic and saute the mushrooms until they colors. Add parsley and continue to cook, stirring, as they wilt. Lightly salt them and sprinkle the wine over them. Complete with a little jalapeno chile. Continue to cook for a few minutes more.
Drain the culurgiones as soon as they reach the al dente stage, it takes about 5 minutes, and turn them into the skillet. Mix well over a brisk flame. Remove from the flames, dust with pecorino cheese and roasted pinenuts and serve at once.
Culurgiones are usually served with tomato sauce, basil and a sprinkle of pecorino, but we tried them with a mushroom sauce. We think mushrooms go very well with pasta.
Set pasta water to boil. When it is close to boiling, heat 2 tbs of extravirgin olive oil in a broad skillet, add the garlic and saute the mushrooms until they colors. Add parsley and continue to cook, stirring, as they wilt. Lightly salt them and sprinkle the wine over them. Complete with a little jalapeno chile. Continue to cook for a few minutes more.
Drain the culurgiones as soon as they reach the al dente stage, it takes about 5 minutes, and turn them into the skillet. Mix well over a brisk flame. Remove from the flames, dust with pecorino cheese and roasted pinenuts and serve at once.

IL 22 E IL 23 OTTOBRE SAREMO A TORINO AL SALONE DEL GUSTO, CHISSA' CHE NON RIUSCIREMO AD INCONTRARE QUALCUNO DI VOI!