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giovedì 13 maggio 2010

ROAST BEEF WITH ROCKET AND HAZEL NUT PESTO SAUCE - CORPO A CORPO CON LA NOSTALGIA - ARROSTO DI MANZO CON SALSA DI RUCOLA E NOCCIOLE

Giacomo e Tina abitano nella stanza 426. Hanno il viso minuto e gli occhi grandi, di un colore indefinibile. Giacomo e Tina se li vedi pensi che sono due nonni, ma se li conosci capisci che prima di tutto sono un fratello e una sorella. Uniti da un affetto che è simbiosi e che quasi mi commuove. Sono ingenui e fiduciosi, infinitamente teneri. Abitano dentro la stanza 426 e dentro i dolori delle ossa.
"Siamo indivisibili da una vita ed ancora di più da quando siamo rimasti soli al mondo" dice lei con un soffio di voce, come a volere giustificare questo loro attaccamento così forte. Lei ha cresciuto Giacomo, è stata per lui una piccola mamma ed ora lui ricambia prendendosi cura amorevolmente di lei, tanto che non la lascia sola nemmeno per un attimo.
Sono indivisibili Giacomo e Tina e da un mese o poco più abitano nella stanza 426 dell'ospedale. Due fratture al femore nell'arco di un anno, lei, e ancora fatica a camminare. La spalla rotta e mille acciacchi, lui, per cercare di sorreggerla, di non farla cadere.
Ha 92 anni Tina e Giacomo ne ha più di 80 eppure a volte mi sembrano due bambini che si tengono per mano per vincere la paura, perché sembra quasi che ormai la vita stia dando loro le spalle.
Li vado a trovare ogni giorno, loro sono i miei pazienti speciali. E lo so che mi aspettano e mi prende un senso di apprensione, come per una promessa non mantenuta, se per caso mi capita di passare in ritardo.
Mi aspettano impazienti dentro quei pochi metri quadrati di bianco e tengono in caldo il loro sorriso più dolce per quando mi vedono apparire sulla soglia della camera. Per loro redigo il menu del giorno e mi premuro che venga dato loro tutto ciò di cui hanno bisogno. E non è molto ciò di cui hanno bisogno. La memoria è quanto di più prezioso hanno e riesco a sentire a fior di pelle quanto vivano dentro ad un presente impuro, imbevuto fino al midollo di passato.
Per loro io sono la memoria sollecitata. Sono la voglia di ascoltare. Sono l'eco verdemare della giovinezza.
"Giacomo, Giacomo, è arrivata la signorina!" così mi chiama la Tina, così annuncia al fratello appena faccio capolino sulla porta. "Giacomo falla accomodare in poltrona!"
Su quella grande poltrona color castoro, sistemata accanto alla finestra, hanno steso un telo bianco, quasi a volerne proteggere la pelle ed io mi ci acciambello e sprofondo per un attimo nella sensazione d'essere nel salotto accogliente di casa loro. E nell'amniotica semplicità delle cose.
Dentro quella stanza regna un ordine quasi maniacale, non un briciolo di polvere, ogni cosa è sempre al suo posto, perfettamente piegata, stirata allineata, sistemata. Le bottiglie dell'acqua, le creme per il viso, le camicie da notte con i fiorellini, le ciabatte ai piedi del letto, le confezioni delle medicine e qualche libro di cui, con curiosità sbircio gli autori. Fogazzaro e Bassani. Poi Doris Lessing.
La loro ansia si sta sciogliendo e lascia spazio ad una sensazione di sollievo. "Ci stavamo preoccupando, oggi è arrivata più tardi del solito, Giacomo ed io pensavamo che stesse male, eravamo tanto preoccupati". La Tina stamattina sorride e ha una voglia matta di parlare. Le spiego che ho avuto tanto da fare giù, nel mio reparto, le sfioro la spalla e le strizzo l'occhio dicendo loro che non devono stare in pensiero.
Sul comodino accanto al letto, tra le medicine e il Resto del Carlino fresco di notizie, si stagliano un vaso di splendide calle ed una lancinante fitta di nostalgia. Perché le calle mi ricordano mia nonna. Mi viene istintivo sfiorarli quei fiori bianchi venati di giallo, che profumano di dolce e d'antico. Come i profumi dei ricordi. Mia nonna le ha coltivate per una vita intera, così da renderle eterne nei miei pensieri.
Che belle queste calle, dico, e che bella che è stamattina la Tina. Ieri è venuta Tiziana, la parrucchiera dell'ospedale e le ha messo in piega i capelli. E' così felice che l'abbia notato ed un po' si intimidisce e si rannicchia tra le spalle, in una sorta di roseo pudore. La Tina ha i capelli grigi come il cielo là fuori, ma quando indossa questo sorriso sembra leggiadra come una fanciulla.
Sono solo attimi quelli che passo in loro compagnia, ma dentro quegli attimi loro sanno srotolare interi anni di vita ed è un tempo strano quello che respiro, quello che mescola l'adesso all'allora. E si fiuta forte l'odore della nostalgia nell'aria della camera 426.
Seguo i loro anni a ritroso, ascolto le loro storie, levigate come ciottoli di fiume, a furia d'essere raccontate. Il passato sopravvive nella fragranza dei loro sorrisi, dentro disparati pensieri che spaziano controcorrente. Dentro quasi un secolo di vita trascorsa. Dentro ricordi tenuti nella custodia ed al sicuro, pronti per essere raccontati. Pronti per essere ascoltati. Ed io sono lì per questo, acciambellata sulla poltrona.
"Signorina lo sa che Giacomo da giovane ha fatto la bella vita?" dice la Tina. E me lo dice ogni giorno ed è come se volesse coniugare al presente l'immagine di loro due, giovani e spensierati. La mia curiosità è il loro fuoco ed i loro occhi si accendono all'unisono. Lo so e ne sono felice.
E così mi raccontano che dal 1950 al 1964 hanno vissuto entrambi a Roma perché il marito della Tina gestiva un importante albergo di lusso, il Residence Palace Hotel, poi successivamente venduto a chi, non ho ben capito, ma dovevano essere dei milanesi. E questa cessione segnò il loro ritorno alla natia Bologna. Ci tengono però prontamente a dirmi che la piccola Bologna non è altro che un borgo rispetto alla grandezza di Roma, che a Roma vivevano in un appartamento di otto stanze, vicino a Palazzo Spinetti, nel cuore del Vaticano. E aggiungono che avrebbero avuto la possibilità di rimanere a viverci per sempre a Roma, rilevando delle macellerie, ma poi si sa, la vita prende spesso altre pieghe. Continuano a divagare in ordine sparso sul filo di ricordi e di confidenze, ma alla fine è al discorso dell'albergo che amano tornare.
Questo albergo, nel cuore del Parioli, era frequentato da personaggi altolocati e da star internazionali, del calibro di Ernest Bourgnine, di Jane Mansfield, della Lollobrigida, di Haya Harareet, l'attrice principale di Ben Hur, di Cary Grant e poi ancora cantanti popolari, come Nilla Pizzi, politici, sportivi, cardinali, persino il Principe di Spagna. Giacomo mi mostra le foto che lo ritraggono con questi personaggi, me le porge ad una ad una e mi indica fiero gli autografi con tanto di dedica. Giacomo me ne racconta i vizi, gli stravizi, le manie. Mi racconta delle mance che lasciavano. Del fiume di denaro e di vita che scorreva in quella Roma d'epoca. Del Teatro di Rivista e dell'Avanspettacolo, dei locali da ballo e dello sfavillio degli abiti da sera. Della voglia di vivere perché la guerra era finita ed era così bella la sensazione d'essere vivi.

"Giacomo ha fatto la bella vita!" ripete ancora la Tina, aprendo una parentesi tra i racconti del fratello, come a volere sottolineare ancora, ancora una volta, che sono stati giovani anche loro e che hanno vissuto molto intensamente. Penso alla Dolce Vita, penso ad una Roma immaginata, senza peso, senza affanno. Ad una Roma che sembra scomparsa, che rivive solo nei ricordi e dentro a vecchie pellicole.
Mi raccontano che la sera andavano spesso a mangiare ai Castelli Romani, mi parlano di quelle immense tavolate, del profumo di quelle notti d'estate, delle trattorie che frequentavano, del buon vino che riscaldava l'allegria e infine del Ponentino.
"Lo conosce il Ponentino, signorina?" mi chiedono quasi all'unisono, l'uno l'eco dell'altro. E con le parole ritagliano per me un'immagine di quell'aria frizzante che si respirava allora, da cui si veniva quasi assorbiti e mi descrivono quei cieli e tutte le sfumature di colore che il vento riusciva a portare. I loro racconti di quegli anni felici sono per me come il romanzo di un mondo che non ho conosciuto e per un attimo provo anch'io nostalgia. Anche se non so bene per cosa. Sarà per via dell' atmosfera che sanno creare o per la leggerezza con cui entrambi riescono ad incantarmi.
"Domani le porto a vedere altre fotografie" mi aveva detto tutto contento Giacomo, ieri mattina. Sarebbe passato da casa e avrebbe infilato nella sua vecchia ventiquattrore altri album di foto.
"Giacomo, Giacomo" lo aveva esortato la sorella, "Metti in borsa anche le foto della Tina anteguerra!"
A quella frase mi si era sgranato sulle labbra un gran sorriso. Perché non aveva semplicemente chiesto al fratello di mettere in borsa le sue foto anteguerra. Aveva precisato, quelle della Tina anteguerra, come se ora lei fosse un'altra persona, un'altra Tina. Prigioniera dentro ad un altro corpo. Come se ora non si riconoscesse più la stessa, nella stessa gioia di vivere.
La Tina anteguerra, che stramberia questo pensiero!
Giacomo apre con zelo rinnovato la sua valigetta di pelle nera e ne estrae libricini, lettere smembrate dal tempo, ricordi di lei, di lui, di entrambi ed ancora fotografie.
Avrà avuto 18 anni la Tina dentro quella fotografia in bianco e nero, la esploro con la punta delle dita, con la delicatezza che le si conviene e osservo attenta quell'abito crepitante di amido, con ricami antichi. Quel corpo morbido e flessuoso, la chioma fluente e sullo sfondo riesco ad intravedere la coda di un tram. Riconosco esattamente il luogo in cui è stata scattata. Chiedo se è via Ugo Bassi.
"Sì, vicino alla fontana!" dice lei. "Una volta c'erano i fotografi che passeggiavano lungo il centro storico di Bologna e quel giorno io mi feci scattare questa foto, volevo spedirla a Roma, ad Arrigo, il mio futuro marito!"
Una dedica con inchiostro blu campeggia in calce alla fotografia. "Così ti ricorderai di me anche da lontano". Un pensiero semplice ed innocente. Un invito. Un messaggio d'amore. E d'un tratto il suo volto si addolcisce.
Poi mi mostra lettere su carta ormai ingiallita e ha le lacrime agli occhi. Sta per dire qualcosa, ma sento che è meglio che questa storia rimanga taciuta, lascio che si affacci sulla soglia, ma sposto subito il discorso lontano, su Roma e sugli anni felici, sulle facciate dei vetri rigate di pioggia. Rivoglio sorprenderli, con i loro sorrisi in flagrante, mentre ripercorrono i ricordi.
Guardo i loro visi, un atlante di rughe. I capelli bianchi. Riesco a sentire forte quanto il futuro faccia loro paura.
Un futuro che si regge a stento sulle gambe. Che ha bisogno di stampelle e di ausili. Che ha bisogno di carezze. Per tenere lontano l'oblio. Per placare il dolore, perché il dolore rende vecchi e rende silenziosi se non c'è nessuno che ascolta. Perché il dolore è tempo sottratto. Al brusio della vita che scorre nelle vene, nell'alfabeto delle cellule.
Sento i loro pensieri non detti. La giovinezza che è stata strappata di dosso, barattata con un presente ammalato di malanni, segnato dagli urti del tempo. Abitano dentro i dolori delle ossa, Giacomo e la Tina. Dentro un atlante di rughe, dentro gli occhi arrossati e la guerra del tempo, tra l'allora e l'adesso. E hanno questo sorriso segreto, sotto alla polpa del cuore, anche se il loro corpo di oggi parla un'altra lingua. Anche se ogni ricordo ricordato è un corpo a corpo con la nostalgia.
Le storie di Giacomo e della Tina appartengono solo a loro, ma ogni volta che in punta di piedi entro nella camera 426 sento che appartengono un po' anche a me.



ARROSTO DI MANZO CON SALSA DI RUCOLA E NOCCIOLE


Ingredienti:
1 kg di arrosto di manzo
rosmarino
timo
aglio
sale e pepe
mezzo bicchiere di vino bianco
un mestolo di brodo vegetale

60 gr di rucola
50 gr di nocciole
35 gr di pecorino romano
olio extravergine d'oliva q.b.
1 spicchio d'aglio


Luca ed io amiamo accompagnare la carne, specialmente gli arrosti, con delle salse fatte in casa. Avendo della rucola in frigorifero abbiamo pensato di utilizzarla come ingrediente principale e di abbinarla alle nocciole per stemperare il sapore forte della rucola. Ne è risultata una salsa molto equilibrata, perfetta per accompagnare il nostro arrosto. Il vino che abbiamo abbinato è un Ruché del 2007 della Cantina Dezzani.
Prima di tutto preriscaldiamo il forno a 190 gradi. Insaporiamo il taglio di arrosto con un trito di aglio, di rosmarino, di timo e con qualche macinata di pepe. Adagiamo l'arrosto su di una teglia e inforniamo. Lasciamo cuocere per circa venti minuti per lato poi irroriamo con il vino bianco. Quando sarà evaporato versiamo nella teglia un bel mestolo di brodo vegetale e continuiamo la cottura fino a completarla, rigirando di tanto in tanto il trancio d'arrosto. Togliamo dal forno e lasciamo raffreddare prima di tagliare l'arrosto a fette.
Nel frattempo prepariamo la salsa. In un mixer versiamo la rucola spezzettata, lo spicchio d'aglio fresco, il pecorino romano grattugiato, le nocciole tritate grossolanamente e per finire l'olio extravergine d'oliva. Frulliamo il tutto e la salsa è subito pronta.
A questo punto in una padella antiaderente andiamo a scaldare le fette di arrosto con un po' di fondo di cottura. Serviamo subito.


ROAST BEEF WITH ROCKET AND HAZEL NUT PESTO SAUCE


Ingredients:
1 k roast beef
fresh rosemary
fresh thyme
extravirgin olive oil
1/2 glass white wine
1 cup of vegetable broth
fresh ground pepper to taste
2 clove garlic

60 g rocket (using a sharp knife, finely chop the rocket leaves)
50 g hazel nut (chopped)
35 g Pecorino Romano cheese (grated)
extravirgin olive oil (as you need)
1 clove garlic (finely chopped)


Combine the rosemary, thyme, garlic and pepper, then smear it all over the surface of the meat until covered. Place the roast beef in the oven at 190 C. Cook on both sides for about 30 minutes, then add the wine and later 1 cup of vegetable broth. Remove the roast beef from oven when the meat it's done and cut it into slices.
Meanwhile place rocket, hazel nuts, garlic and extravirgin olive oil in a blender and process all the ingredients. Serve immediately with the roast beef.
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